Una voce sempre corale quella del collettivo abruzzese guidato da Marco Campitelli
di Paolo Tocco
Questa volta sembra quasi più norvegese che abruzzese il cuore pulsante degli Oslo Tapes, firma ormai inevitabile se volessimo scandagliare la nostra scena post-rock-psichedelica. E tra le tante feat che troviamo in questo nuovo disco dal titolo Lăst Comet, c’è la cantante e polistrumentista (norvegese manco a dirlo) Emilie Lium Vordal che assieme allo stesso Marco Campitelli restituisce alla linea della voce una forma quasi sempre corale, cosa che mai era accaduta prima, non in questa misura. E poi ancora Håkon Gebhardt dei primi Motorpsycho e tanto altro a contorno che non prescinde ancora una volta dalla figura di Amaury Cambuzat alla produzione. Sono percorsi astrali, sono vecchi sentieri di un’elettronica “antica”, sono ricami dal sapore kraut, istantanee cicliche dal fortissimo potere visionario. La voce si confonde dentro una forma canzone che è puro suono “ascetico”. Ogni disco degli Oslo Tapes è un film da vedere ad occhi chiusi.
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